In Dimmi

Arte e parola, psicologia e percorso artistico. Un laboratorio per costruire memorie collettive e proporre una nuova narrazione: “Insieme, offriamo ai ragazzi diversi strumenti per raccontarsi”

Percorsi di auto-narrazione, racconto di sé e ascolto dell’altro, lavorazione dell’argilla e ritaglio di parole o espressioni significative. Momenti dedicati all’arte e alla parola, due strumenti molto diversi tra loro ma allo stesso tempo complementari, che si incontrano per dare forma a pensieri ed emozioni, nell’ambito del progetto DIMMI Storie da sfogliare, inserito in DIMMI di Storie Migranti.

A portare avanti le attività laboratoriali, a cui seguiranno quattro incontri nelle scuole, sono due formatori, Evelyn Puerini, psicologa psicoterapeuta, e Valerio Giacone, artista visivo. Amici nella vita, ma finora mai colleghi sul lavoro, hanno deciso di intraprendere questo percorso insieme, realizzando i nostri laboratori che coinvolgono richiedenti asilo e titolari di protezione.

Qualche settimana fa, mentre eravamo in viaggio verso le Marche, li abbiamo intervistati per avvicinarci alla loro professione e per capire in che modo i laboratori possono contribuire alla creazione di una nuova narrazione e aiutare i ragazzi nel loro percorso di vita.

Evelyn Puerini, laureata in Psicologia dello sviluppo e specializzata presso la Scuola di Psicoterapia umanistica integrata e Psicologia di comunità di Roma, nel corso degli anni ha acquisito maggiori competenze nel campo dell’etnopsichiatria. Socia fondatrice dell’associazione Mandala, rivolta a persone con una storia di migrazioni accolte nel progetto Sprar della Caritas di Senigallia, per lavoro e per interesse personale si è specializzata in psicologia delle migrazioni. Collabora con l’associazione culturale Pepelab, con cui ha realizzato un progetto di sensibilizzazione nelle scuole. Il suo lavoro l’ha portata più volte ad entrare in contatto con richiedenti asilo e rifugiati, uomini e donne di diverse età e nazionalità.

Perché è utile parlare di sé con qualcuno che non ci conosce? Che rapporto si instaura tra paziente e psicologo?

“Il tipo di relazione che si instaura tra paziente e psicologo si basa sempre su una premessa, una domanda di aiuto. Non si tratta di uno scambio casuale, né di un rapporto di completa reciprocità. La relazione contiene in sé un aspetto asimmetrico, non un’asimmetria di potere, ma di responsabilità. Di solito, ci si rivolge ad un terapeuta nel momento in cui si vive una difficoltà. Ci si rivolge a qualcuno che si presuppone abbia degli strumenti per favorire un processo di cambiamento.

Nell’ambito delle migrazioni, oltre alla dimensione privata del racconto, emerge anche un discorso sociale e politico. In questo caso, allo psicoterapeuta viene richiesto di diventare testimone di un certo vissuto. Il senso di parlare delle proprie emozioni o di rievocare eventi fortemente traumatici è proprio quello di poter dare forma ad un vissuto così doloroso che tende a dominare le persone. E questo lavoro su sé stessi richiede uno sguardo altro”.

A proposito di migrazioni, di fronte ad un richiedente asilo o rifugiato, quanto è importante conoscere il contesto socio culturale di partenza della persona per poterla accompagnare in un percorso di psicoterapia?

“Quando si incontra una persona che ha una storia migratoria, emerge una ricostruzione del contesto di provenienza, ma anche dei contesti sociali e politici, dei contesti di transito e di arrivo. In questo senso, è fondamentale ricostruire il contesto entro cui prendono forma queste identità, questi tipi di soggettività, questi percorsi”. Senza dimenticare che molto spesso “ciò che genera più sofferenza è quello si incontra nel Paese di arrivo e non di partenza”.

Nonostante la preparazione, l’esperienza maturata negli anni e la predisposizione all’ascolto, ci sono momenti in cui risulta più difficile ascoltare alcune storie. In questi casi, quali strumenti possono essere d’aiuto per lo psicologo?

“Lo strumento principale che uno psicologo ha a disposizione è la relazione con sé stesso. Certe storie portano con sé un livello di violenza, di sopruso e di abuso così alto, che è doloroso perfino ascoltarle. Con il tempo, mi sono resa conto che per poter raccogliere un certo tipo di racconto bisogna essere disposti ad accoglierlo. Nel tempo, si affina la capacità di ascolto e si può andare più in profondità.

Sicuramente, è un percorso che non potrei fare senza ricevere una supervisione, fondamentale nel momento in cui si ha a che fare con un caso particolarmente difficile. In realtà, il percorso della supervisione è parallelo al lavoro. Con l’associazione Mandala, ogni mese riceviamo il supporto di uno psicoterapeuta del centro Frantz Fanon che propone un approccio etnopischiatrico. Lavoriamo sui nostri casi, parliamo delle difficoltà della relazione, attraverso una lettura di ciò che accade e una ricostruzione del contesto. Negli anni, il percorso con il Centro è stato sia di supervisione sia di formazione”.

Valerio Giacone, artista visivo, si muove tra scultura e pittura. Ha esposto in mostre collettive e personali, sia in Italia che all’estero. Laureato in economia con una tesi sulla demografia, ha lavorato nell’ambito della cooperazione con diverse organizzazioni non governative, come responsabile del settore educazione allo sviluppo, occupandosi della stesura e della gestione di progetti. Da sempre appassionato di disegno e pittura, all’età di 32 anni ha deciso di lasciare il suo lavoro per dedicarsi completamente alla ricerca artistica. Ad una prima formazione da autodidatta, ha affiancato gli studi di arte-terapia e una formazione sul campo. Dall’incontro con un gallerista di Roma, è nata una collaborazione tuttora attiva.

Dalla laurea in economia alla ricerca artistica, cosa lega la matematica e l’arte?

“La matematica nella sua purezza è forse una delle materie più astratte e spirituali che conosciamo e così anche l’arte ha un’origine legata alla spiritualità. Andando a riprendere le origini della storia dell’arte, fino ad arrivare al Rinascimento, vediamo che tutti i grandi artisti erano in qualche modo legati alla ricerca scientifica, ad esempio Leonardo ma anche lo stesso Raffaello. Riprendevano le basi matematiche che inserivano nelle loro opere. C’è una conoscenza molto profonda della natura dell’essere umano che appartiene sia alla matematica che all’arte.”

Se attraverso la parola riusciamo a descrivere le nostre emozioni, a spiegare cosa pensiamo e proviamo, l’arte è una dimensione più intima che ci costringe a fare i conti con il silenzio, annullando la nostra parte razionale. Qual è la dimensione ideale per creare e quale materiale senti più tuo?

“La dimensione ideale per creare è la natura, la campagna, un luogo in cui gli unici suoni che si ascoltano sono il fruscio degli alberi, il vento. Lavorare in città è più difficile, a meno che non si trovi un posto molto silenzioso.

Per un lungo periodo, ho trovato interessante lavorare la cera d’api. In generale, mi interessa conoscere la materia, il che vuol dire toccarla, sperimentarla, manipolarla, capire che proprietà ha. Attualmente mi incuriosisce lavorare con il cemento, l’opposto della cera d’api. La cera d’api è un materiale molto morbido, molto accogliente, caloroso e luminoso. Mentre il cemento è pesante”.

Questi due materiali si incontrano nell’ultima mostra personale, dal titolo “Cuore”, in cui le due polarità dialogano tra loro.

“Come esseri umani, siamo un’unità che fonde sempre delle polarità. Anche in un’opera d’arte, la cera che è leggera, malleabile e il cemento che è più pesante si incontrano. D’altra parte, la ricerca artistica, l’arte stessa è fondamentalmente una ricerca sull’unione, prima di tutto interiore, ma poi anche esteriore, manifestata attraverso l’unione degli elementi”.

Da un lato, il lavoro dell’artista richiede silenzio e solitudine, dall’altro offre la possibilità di incontrare persone di diverse età, nazionalità, provenienti da contesti sociali differenti. Nel corso degli anni, hai lavorato con senza fissa dimora, richiedenti asilo, bambini, realizzando diversi workshop artistici, tra cui “Dimore creative”, “Partiamo”, “Io sono”. In che modo questo rapporto con l’altro ti arricchisce? Qualcuno ha mai rifiutato il momento artistico che proponevi durante un workshop?

“La ricchezza che porta il lavoro con gli altri è uno sviluppo ulteriore di conoscenza di sé. L’incontro con l’altro è spesso un riconoscimento di tanti aspetti della complessità che portiamo dentro. Di fatto, la relazione stessa è un’arte. Per me, è importante non solo lavorare da solo, ma anche fare uno sforzo in più e impegnarmi in un discorso di relazione.

Spesso capita che le persone rifiutino il momento artistico. All’inizio, si dichiarano non interessate o non capaci, ma fondamentalmente c’è una buona dose di paura. Perché fare arte vuol dire esporsi, l’arte ti rende totalmente trasparente, non c’è mediazione razionale. Quasi sempre accade che le persone, dopo qualche giorno, si avvicinino perché sono interessate al lavoro che stiamo facendo”.

Arte e parola si incontrano nel corso dei laboratori del progetto DIMMI Storie da sfogliare, durante i quali Evelyn e Valerio si mettono in gioco in prima persona, mettono a disposizione le loro competenze, la loro professionalità e sensibilità per guidare i ragazzi in questo percorso, non sempre facile, di conoscenza di sé e dell’altro.

Per quale motivo avete deciso di partecipare al progetto DIMMI Storie da sfogliare, in che modo pensate che questi laboratori possano aiutare i ragazzi nel loro percorso di vita?

Valerio: “Ci eravamo confrontati tanto sul lavoro che facevamo. In alcune occasioni abbiamo lavorato nello stesso contesto con modalità diverse, ma mai insieme. Mi interessava capire come il mio lavoro e quello di Evelyn potessero prendere una forma organizzata e sensata. Dall’altra parte, c’era la convinzione che l’arte, facendo un lavoro di tipo profondo e intuitivo, riuscisse ad essere complementare a quello che avviene con la parola”. La partecipazione a questi laboratori può aiutare le persone perché “di per sé fare arte è terapeutico. Il fatto di dare forma, dipingere, scrivere, vedere fuori da te qualcosa che è in te è come se ti riappacificasse con te stesso e con il mondo esterno”.

Evelyn: “È molto interessante il lavoro artistico di dare forma, un po’ quello che accade con il mio lavoro di costruzione di significati con l’altra persona. Mi interessava, quindi, fare in modo che questi due sguardi e questi due processi potessero dialogare e incrociarsi. Credo anche che l’arte e il discorso artistico possano rappresentare una forma di resistenza. Questo discorso è legato anche alla necessità di costruire memorie collettive. Mi sono chiesta più volte come creare degli spazi in cui le parole, le testimonianze e le narrazioni potessero circolare, non rimanendo chiuse e legate allo spazio clinico. E ho pensato che questo tipo di laboratorio potesse essere un punto di partenza per proporre nuove narrazioni.

La dimensione del laboratorio è intima e raccolta, ma è anche una dimensione allargata, non connotata come puro percorso psicologico, né come percorso artistico. Mettiamo a disposizione i nostri strumenti perché le persone decidano cosa farne e come utilizzarli, per costruire un racconto di sé che per loro sia significativo e importante da condividere”.

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