Bologna, un anno di Storie da sfogliare: “Siamo tutti diversi ma alla fine uguali”

 In Dimmi

Un laboratorio di auto-narrazione a Bologna, due incontri nelle scuole di Modena e Cesena, un evento finale a Lampedusa. Il progetto DIMMI e le storie di vita nelle parole dei partecipanti

Mani che creano oggetti, oggetti che veicolano messaggi. Ritagli di giornale riposti in contenitori d’argilla, poi richiusi con cura, come a voler custodire dei pensieri profondi e dei racconti intimi. Continui rimandi al Paese d’origine, alla propria infanzia, alla religione, alle tradizioni, all’esperienza di prigionia in Libia. E poi ancora, il racconto del presente e uno sguardo rivolto al futuro. Sogni da realizzare, desideri condivisi di ricongiungersi con i propri familiari, non senza aver prima trovato un lavoro e imparato la lingua italiana.

 

Un intenso anno di laboratori di auto-narrazione, proposti a Bologna nell’ambito del progetto DIMMI Storie da sfogliare (inserito in DIMMI di Storie Migranti) e realizzati grazie al supporto costante dei due formatori, l’artista Valerio Giacone e la psicologa Evelyn Puerini. Un anno in cui la creazione artistica, a schema libero o seguendo una traccia precisa, si è alternata con lo scambio verbale. Danso, Toure, Oumar, Momini, Frederic, Ibrar, sono solo alcuni dei ragazzi rifugiati e richiedenti asilo che hanno partecipato ai laboratori. Alcuni di loro, hanno completato il lungo percorso, fino ad arrivare agli incontri nelle scuole, che si sono svolti rispettivamente il 20 maggio presso il Liceo artistico A. Venturi di Modena e il 21 presso l’Istituto Professionale Statale Versari – Macrelli di Cesena.

In queste due occasioni, abbiamo esposto una bacheca con i titoli delle storie di vita, una mappa, i tanti oggetti creati dai ragazzi durante l’anno. Questi elementi, insieme alla testimonianza diretta dei protagonisti, hanno permesso ai giovani studenti dei Licei di fare esperienza della diversità, di avvicinarsi al vissuto di altre persone, di ripercorrere con loro le tappe del viaggio.

 

Danso. Infanzia, adolescenza, età adulta. La vita nel Paese d’origine prima della partenza. La figura del Kankouran che rimanda all’omonimo rituale, una tradizione tramandata di generazione in generazione e sopravvissuta al tempo anche se in forma diversa. Un bagaglio di cultura e ricordi, con cui Danso ha viaggiato dal Senegal all’Italia, passando per il Mali, il Burkina Faso, il Niger, l’Algeria, la Libia e il Mar Mediterraneo.

Presente fin dall’inizio del progetto, Danso ha iniziato a parlare della sua infanzia durante il quinto incontro, arricchendo via via il racconto di dettagli e particolari. “Nel mio Paese, fino ai due anni di vita si vive con i genitori – aveva raccontato in francese, accompagnato dalla traduzione della formatrice – Dopo i due anni, finito l’allattamento, spesso i figli vengono mandati dagli zii o dai nonni. E rimangono lontani dalla madre e dal padre per alcuni anni. Fa parte della nostra cultura. Quando ero piccolo, sono rimasto per 7 anni con mia nonna”. Danso aveva poi proseguito, descrivendo l’età adulta. “Il figlio maggiore, quando si sposa, continua a vivere nella stessa casa con i suoi genitori e con sua moglie. Anche i figli che lasciano la famiglia, comunque, continuano a mandare dei soldi a casa, per essere riconoscenti nei confronti dei genitori. Ma quando si parte e si arriva qui (in Europa, ndr), la vita è difficile. Ed è difficile anche per la famiglia capire come mai un figlio non li aiuta più”.

 

Nel laboratorio successivo, Danso aveva invece realizzato con l’argilla un Kankouran, una figura al tempo stesso simbolica e reale, vestita di corteccia ricavata dagli alberi. Figura che rimanda al rituale della circoncisione, un tempo praticato nella foresta, dove i figli maschi venivano mandati tra i 6 e gli 11 anni di età. I bambini/ragazzi rimanevano nella foresta per un periodo molto lungo, senza i loro genitori. Solo al termine di questa esperienza, che poteva durare anche tre mesi, i genitori venivano a conoscenza dello stato di salute dei loro figli. “Di solito le madri davano al figlio una coperta. Se il figlio moriva, alla fine del rituale la coperta veniva portata fuori dalla foresta appesa ad un bastone, ad indicare la morte del bambino”. Durante il laboratorio conclusivo, Danso ha espresso il desiderio di raccontare agli studenti questo momento della sua vita, il rituale di circoncisione che lo ha avviato all’età adulta, una tradizione proclamata dall’Unesco “patrimonio morale e immateriale dell’umanità”. Un passaggio significativo che nel bene e nel male ha segnato la sua infanzia e adolescenza. E questo racconto di vita ha colpito anche agli studenti. Uno di loro, nel momento della lavorazione dell’argilla, ha voluto riprodurre proprio un bastone e una coperta, con un chiaro riferimento al vissuto di Danso.

 

Momini. Oggetti modellati con cura, che richiamano la quotidianità in Burkina Faso, le violenze nelle carceri libiche e il presente in Italia, tra ostacoli da superare e uno sguardo sempre rivolto al futuro. Una grande passione per lo sport in generale e per il tennis in particolare. Frammenti di un vissuto che prende forma attraverso l’argilla.

Momini, riservato e introverso, ha sempre lasciato che le sue piccole opere d’argilla parlassero per lui. Sempre di poche parole nel momento in cui ci si confrontava insieme intorno al tavolo. Allo stesso tempo chiaro e diretto, ha sempre descritto i suoi oggetti con parole semplici: una racchetta da tennis “perché vorrei imparare a giocare a tennis e diventare un tennista professionista”, un elefante a rappresentare il Burkina Faso, un pesce “semplicemente perché mi piace molto mangiare il pesce”, una macchina, dei datteri, una lampadina “una cosa molto importante nella vita, perché senza lampadina non c’è luce”. Laboratorio dopo laboratorio, ha provato a rimettere insieme i pezzi di un puzzle piuttosto complicato. Difficile ricordare l’infanzia in Libia, la morte del padre, la lunga prigionia, la separazione dalla madre e dalla sorella, i ricatti economici, il viaggio in mare. Durante uno dei nostri incontri, aveva condiviso in un dialogo a due il doloroso racconto delle carceri libiche. “In Libia ti picchiano con le armi, molti muoiono prima di partire dopo aver già pagato”, aveva spiegato. Mi ha impressionato quello che mi ha raccontato sui prigionieri che erano costretti a combattere tra di loro senza motivo”, aveva commentato Danso.

 

Momini ha partecipato agli incontri nei due Licei, sorprendendoci per la sua voglia di confrontarsi con gli studenti. Molto introverso durante i laboratori, nelle scuole ha interagito con i ragazzi ponendo loro diverse domande, una in particolare ha generato un dibattito costruttivo e inaspettato: “Cosa pensate e cosa provate quando incontrate una persona straniera per strada, sull’autobus o sul treno?”.  Allo stesso modo, i giovani hanno rivolto a Momini molte domande sulla sua esperienza in Libia, Paese in cui si era trasferito con la sua famiglia quando era ancora piccolo, quando la situazione era tranquilla e la sua infanzia serena. Poi, all’improvviso, la morte del padre, un peggioramento delle condizioni di sicurezza e la decisione di partire.  Dopo un primo tentativo fallito di lasciare il Paese insieme alla madre e alla sorella, era stato arrestato e imprigionato. Dopo circa due anni nelle carceri libiche, non potendo pagare per essere scarcerato, era stato costretto a salire su un barcone e ad attraversare il Mediterraneo. Dell’Italia racconta: “ho trovato un Paese tranquillo. Nessuno mi ha insultato, non vedo il razzismo qui”

Frederic. Originario del Camerun. Rifugiato in Italia. Fin dall’inizio dei laboratori, aveva riconosciuto l’importanza degli incontri proposti dal Comitato Tre Ottobre. “Sono una persona riservata, non riesco a raccontare qualcosa in gruppo, ma qui riesco ad esprimermi. Questo gruppo mi fa bene”, aveva commentato. Tra gli oggetti realizzati nel corso dei mesi, un’ambulanza, una televisione, una barca, una Bibbia, “l’unica cosa che mi aiuta ancora oggi a trovare le risposte a tutte le mie domande”. Un contenitore, simile a quello per preparare il pesto, che anche in Camerun si usa per mischiare e schiacciare diversi ingredienti. “Allo stesso modo, dovremmo ‘mischiarci per favorire l’integrazione’. A questo tavolo, ad esempio, siamo tutti diversi – aveva spiegato – la nostra pelle ha un colore diverso, ma alla fine siamo tutti uguali. Quello che facciamo qui è molto importante. Siamo tutti intorno ad un tavolo e cerchiamo di costruire un mondo migliore”.

 

Ogni laboratorio ha fornito a Frederic un nuovo spunto di riflessione per affrontare tematiche attuali legate al suo Paese, dall’istruzione, alla politica, all’informazione sulle migrazioni. Tra lavorazione dell’argilla e parole, ha dato forma ai suoi pensieri e condiviso le ragioni della partenza dal Camerun. Trovando il coraggio di raccontare le tante difficoltà affrontate per via del suo orientamento sessuale. “Nel mio Paese non riuscivo ad essere me stesso, mio padre non accettava la mia omosessualità. Credeva che fosse un insulto alla sua persona. Eppure, quando sono arrivato in Libia e avevo bisogno di soldi per uscire di prigione, non ha esitato un momento ad aiutarmi”. “In quel momento, mi sono sentito privilegiato rispetto alle persone che erano prigioniere in Libia come me, ma non avevano la possibilità di ricevere soldi”.

Durante l’incontro presso il Liceo artistico A. Venturi di Modena, la storia personale di Frederic ha ispirato diversi lavori d’argilla realizzati dagli studenti. Tra questi, un arcobaleno “a simboleggiare la comunità LGBTI” e una grande mano “perché abbiamo capito che Frederic è un gran lavoratore”. Completato l’iter per la richiesta d’asilo e ottenuto lo status di rifugiato nel nostro Paese, oggi Frederic vive e lavora a Modena.

 

I ragazzi che hanno partecipato al laboratorio Storie da sfogliare a Bologna, così come i beneficiari del progetto ad Osimo, saranno presenti a Lampedusa per l’evento finale del Tour DIMMI, negli stessi giorni in cui sull’isola si celebrerà la Giornata della Memoria e dell’Accoglienza.

Recommended Posts