Partecipare come scuola al progetto “L’Europa inizia a Lampedusa” è una straordinaria opportunità per fornire a studenti e professori nuovi strumenti per parlare d’immigrazione. Conoscere le storie di chi l’ha vissuta, le ragioni dietro la scelta di lasciare il proprio Paese.
Ma raccontare l’immigrazione significa anche ascoltare la voce degli studenti in Europa, scoprire il loro punto di vista. Per questo ad ogni scuola italiana che partecipa il progetto è stato chiesto di presentare un lavoro artistico realizzato in collaborazione con una scuola partner europea. Da questa richiesta sono nate moltissime opere, espresse attraverso diversi forme artistiche, che ci raccontano cosa vedono le studentesse e gli studenti.
“ISISS Giovanni Falcone” di Barrafranca & “IES JoséManuel Blecua” di Saragozza
Gli studenti sono stati invitati ad esprimersi nei modi a loro più congeniali. Ne sono scaturite produzioni diverse ma ugualmente significative: lettere, innanzitutto, le lettere di ragazzi di terza e di quarta Liceo, che hanno indossato i panni di coetanei che hanno lasciato altre latitudini in cerca di un futuro migliore. Ne hanno immaginato e raccontato, con semplici parole, la storia, i sentimenti, le emozioni. Ma qualcosa è andato oltre le “parole”: da parte di chi, “a parole”non ha mai potuto o saputo narrare l’esperienza vissuta lasciando la sua casa in Gambia, ma che in un quadro ha ben sintetizzatola sua esperienza di accoglienza e integrazione nella classe dell’istituto Agrario che frequenta, riaffermandole proprie origini e il legame con la terra natale; o di chi, trovando nella danza il proprio mezzo espressivo congeniale, ha voluto rappresentare con il proprio corpo il malessere e il travaglio che inducono un ragazzo come lui a “fuggire”, i pericoli e le fatiche del viaggio, la nuova vita in una realtà accogliente e ricca di speranze.Parallelamente gli studenti della scuola spagnola IES Josè Manuel Blecua di Saragozza, si sono espressi, oltre che a parole “in musica”, in un progetto che, partendo dalla visione del film “Catorce” (Quattordici, ovvero la distanza che separa la costa africana da quella spagnola),li ha portati a porsi le domande: “Why do they come? Why do we go?”. Sono diventati anche loro “migranti”, hanno immaginato di scrivere o ricevere lettere dai propri familiari.Il risultato? Una sorprendente capacità di entrare in “empatia”.