18 dicembre, Giornata internazionale dei Migranti
Il 18 dicembre si celebrano la Giornata Internazionale dei Migranti. Ma c’è una domanda che continua a restare sullo sfondo: che cosa succede quando una parola smette di descrivere una condizione e inizia a cancellare le persone?
Nel dibattito pubblico, “migranti” è diventata una categoria totale. Serve a semplificare, a contenere, a rendere gestibile ciò che appare complesso. Ma dietro questa parola si perdono spesso i nomi, le storie, le relazioni familiari. Si perde l’umanità. E quando l’umanità scompare dal linguaggio, scompare anche dalle politiche.
Il Mediterraneo lo dimostra ogni giorno. Uomini, donne e bambini continuano a morire senza essere identificati, sepolti come sconosciuti, archiviati come numeri. Le famiglie restano senza risposte, sospese in un’attesa che non finisce mai. In questo vuoto, la parola “migrante” diventa una scorciatoia che normalizza l’assenza di responsabilità.
Il Comitato 3 ottobre lavora da anni esattamente su questo punto: restituire identità dove c’è anonimato, nomi dove ci sono numeri. Attraverso il sostegno ai processi di identificazione delle vittime dei naufragi, l’accompagnamento dei familiari, il lavoro nelle scuole e le iniziative di memoria pubblica, il Comitato afferma un principio semplice e radicale: il diritto all’identità non si perde attraversando un confine.
La parola ‘migrante’ è diventata una scorciatoia. Serve a non vedere le persone, a non fare domande, a non assumersi responsabilità. Ma nessuno è una categoria. Siamo persone, con un nome, una famiglia, una storia. Anche quando moriamo in mare o lungo le tante frontiere europee.
Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre
Restituire un nome non è un gesto simbolico. È un atto politico. Significa riconoscere che ogni vita conta allo stesso modo, che anche chi muore lontano da casa ha diritto a essere cercato, identificato, ricordato. Significa rifiutare l’idea che l’anonimato sia un destino inevitabile per chi attraversa il Mediterraneo.
Nel racconto delle migrazioni, il linguaggio conta quanto le scelte politiche. Continuare a parlare solo di “flussi” e “categorie” rende più facile accettare l’ingiustizia, più semplice voltarsi dall’altra parte. Cambiare le parole non risolve tutto, ma è il primo passo per cambiare lo sguardo.
Non si muore da migranti, si muore da esseri umani. Continuare a usare parole che cancellano l’identità rende accettabile ciò che non dovrebbe mai esserlo. Il nostro lavoro è ricordare che ogni persona ha diritto a un nome, a una memoria e a una verità.
Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre
Il 18 dicembre non dovrebbe essere solo una ricorrenza. Dovrebbe essere il giorno in cui smettiamo di nasconderci dietro le categorie e torniamo a guardare le persone.