Roma, 14 gennaio 2026

L’esumazione ai fini identificativi effettuata dal Comitato 3 ottobre e dal Labanof il 15 dicembre 2025 nel cimitero di Bompensiere, in provincia di Caltanissetta, non rappresenta un intervento straordinario, ma il risultato concreto di un lavoro sistematico che, nel corso del 2025, ha dimostrato che l’identificazione delle vittime di naufragio è possibile quando sostenuta da procedure strutturate, competenze scientifiche e un lavoro continuativo con le famiglie.

Nel solo 2025 il Comitato 3 ottobre ha facilitato il contatto e l’accompagnamento di oltre 65 famiglie di persone scomparse, operando in stretta collaborazione con il LABANOF, che ha garantito il supporto tecnico-scientifico, analisi e comparazione dei dati.

Un lavoro che ha consentito di trasformare numeri anonimi in identità restituite. Oggi Hiwet, Mehari, Danayt, Huruy, Genet, Tesfazgi, Mihret e Yordanos non sono più indicate/i come “AM n.” in un registro, ma come persone identificate e sepolte nei cimiteri di Agrigento e Caltanissetta.

Un passaggio che non è soltanto formale: senza un nome non esiste un luogo, senza un luogo non esiste la possibilità del lutto, senza lutto non esiste chiusura per le famiglie.

La restituzione dell’identità non è un atto simbolico, ma l’esito di un processo lungo e complesso, che combina la raccolta delle informazioni ante-mortem, il lavoro diretto con i familiari, le analisi scientifiche e verifiche incrociate. Sapere chi è sepolto e dove rappresenta una condizione minima per consentire alle famiglie di uscire dall’incertezza e di esercitare il diritto al lutto.

Accanto alle attività di identificazione, nel 2025 il Comitato 3 ottobre ha lavorato con le amministrazioni locali per la riqualificazione del cimitero di Raffadali (AG), dove persone migranti risultavano sepolte in condizioni non dignitose e ha condotto una mappatura dei cimiteri italiani che ospitano vittime di naufragi, arrivando a censirne circa 200. In molti di questi sono ancora presenti tombe senza nome.

L’esperienza di Bompensiere si inserisce in un percorso più ampio volto a rendere strutturali, a livello nazionale ed europeo, le pratiche di identificazione e di tutela delle famiglie delle persone scomparse.

Il lavoro proseguirà nel 2026 con nuove field visit in Europa e in Africa, sempre in collaborazione con il LABANOF, per incontrare familiari che sono ancora alla ricerca dei propri cari dispersi lungo le rotte migratorie.

«Ogni identificazione dimostra che non siamo di fronte a un problema tecnico, ma a un vuoto di sistema. Senza procedure armonizzate continuiamo a produrre morti senza nome e famiglie senza risposte. L’Italia e l’Unione Europea devono assumersi la responsabilità di costruire un sistema comune di identificazione e una banca dati europea del DNA, perché il diritto all’identità non può fermarsi alle frontiere», dichiara Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre.

Restituire un nome ai morti significa riaffermare un principio di diritto, non un gesto di pietà: l’identità è parte integrante della dignità umana.

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