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“Il giornalismo è un esercizio di servizio e di umanità”.

Tra gli ospiti della Giornata di studio europea il 14 febbraio scorso a Madrid anche i giornalisti Nello Scavo e Fernando De Haro. Entrambi esperti di immigrazione e diritti umani, da punti di vista diversi, hanno raccontato alle studentesse e agli studenti presenti la loro idea di giornalismo, il ruolo che dovrebbe svolgere nel raccontare la realtà, soprattutto quella più difficile.

Fernando De Haro, giornalista televisivo e regista, descrive così la sua professione:

“Il giornalismo è un esercizio di ragione. Bisogna essere presenti, prima capire e poi raccontare. L’identità, ma anche l’identificarsi e immedesimarsi è un fattore determinante: nel raccontare le diverse storie di cui sono stato testimone diretto ho cercato sempre di “identificarmi”: ho pensato che sarei potuto essere io quella persone che scappa, che piange.”

“Io senza l’altro, non posso essere “io”, gli altri ci aiutano a capire chi siamo. Il problema dell’accoglienza è che abbiamo troppa paura: non dovremmo. Però per non avere paura è necessaria un’identità forte che non teme il diverso. E’ un’identità debole quella che ha paura.”

Nello Scavo, inviato speciale del quotidiano italiano Avvenire, ha invece raccontato in questi termini la sua esperienza con il giornalismo:

“Per me il giornalismo è un esercizio di servizio e di umanità. Io sento il bisogno di raccontare, di andare a vedere. Ti senti addosso la responsabilità di raccontare le storie delle persone. Sono spesso messaggi di speranza, ma che raccontano il fallimento personale di chi ha dovuto lasciare tutto. Non è sufficiente raccontare i soccorsi in mare, ma vanno capite anche le cause e i meccanismi, ma anche e purtroppo le organizzazioni criminali. La storia di ogni singola persona racconta la storia universale di tutti e da cui nessuno si può considerare estraneo.”

Rispetto alla realtà che viviamo oggi, nella nostra società, Nello Scavo parla di accoglienza come disponibilità a “scommetersi”. Le identità forti non hanno paura delle contaminazioni.

Si cavalca la “paura”: la sicurezza, il “rubare il lavoro”.  Prevalgono gli  slogan, prevale la semplificazione del tweet. Bisogna aprire canali sicuri, documentare chi finanzia i campi di prigionia. Bisogna riportare al centro i diritti umani fondamentali e poi si può parlare di accoglienza. Ma la domanda è: ci interessa?

La comunicazione viene utilizzata come arma di distrazione di massa che cambia il linguaggio per aggirare i problemi: chiudere i confini non viene presentato come atto di disumanità, ma come forma di “protezione” dell’identità cristiana e cattolica europea contro l’invasione musulmana [cfr. Presidente Ungherese]: in nome dell’identità cristiana europea “si respinge”. Un’identità che viene usata per alimentare le paure. La verità è che forse la nostra identità europea nel tempo si è indebolita. Tanto indebolita da aver paura.

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