A marzo 2026 il Comitato 3 ottobre è andato in Etiopia per incontrare le famiglie di persone morte nel naufragio del 3 ottobre 2013. I familiari hanno raccontato la loro storia, hanno guardato le foto degli oggetti recuperati in mare e hanno dato un campione di saliva per il DNA. Queste sono quattro delle loro storie.

Il riconoscimento di un oggetto o di una foto da parte di un familiare non ha valore legale. In questi casi gli errori sono frequenti: serve sempre la conferma del DNA.

La madre di Shemaynesh

Tsega: «Prima di morire voglio sapere dove è sepolto»

Awet è la madre di Shemaynesh. In Eritrea il figlio era stato arruolato a forza nel servizio militare quando era poco più che un bambino. Poi è sparito. Più tardi Awet ha saputo che era in Libia.

In Eritrea la famiglia di un disertore viene punita. Awet è fuggita con i figli più piccoli, prima nei campi profughi al confine, poi ad Addis Abeba. Vive lì ancora oggi, senza documenti.

Nel 2013 ha saputo dai social che Shemaynesh era tra le vittime del naufragio di Lampedusa. Non sapeva che si potesse chiedere di identificarlo. Ogni 3 ottobre accendeva una candela.

Durante l’intervista ha guardato le foto degli oggetti recuperati. Davanti a una si è fermata e ha pianto a lungo: «Non sono stata in grado di proteggerlo». Poi è rimasta per ore a sostenere gli altri familiari che arrivavano.

Persona anziana con indumento bianco e velo rosa, espressione seria, sfondo neutro.
Awet

«Prima di morire voglio sapere dove è sepolto e andare a salutarlo.»

— Awet, madre di Shemaynesh

Il figlio di Klifleyesus

Yoseab: un certificato per partire

Yoseab ha 15 anni. Ne aveva due quando suo padre, Klifleyesus, ha lasciato l’Eritrea. Klifleyesus è morto nel naufragio del 3 ottobre 2013. Yoseab non lo ricorda.

Madre e figlio sono fuggiti in Etiopia come rifugiati e hanno ottenuto un posto in un programma di reinsediamento negli Stati Uniti. Per partire, però, devono presentarsi con il capofamiglia o con il suo certificato di morte. La scadenza era il 15 aprile 2026.

All’intervista la madre ha raccontato tutta la storia, ma non è riuscita a guardare le foto degli oggetti: «Non posso, non ce la faccio». Yoseab è rimasto in silenzio e ha fatto il tampone. Per lui quel campione di DNA è la condizione per cominciare una nuova vita.

Senza la prova di un morto, i vivi non possono partire.

Giovane con hoodie bianco, espressione seria, contro muro grigio e rosso, inquadratura frontale.
Yoseab

Il figlio di Tumzqi

Filmon: per dare pace a sua madre

Filmon (nome di fantasia per tutelare il testimone) ha 16 anni. Cerca suo padre, Tumzqi, morto nel naufragio del 3 ottobre 2013. Non lo ha mai conosciuto.

In Eritrea Filmon è stato arruolato a forza da bambino. È fuggito ad Addis Abeba, dove vive senza documenti e senza lo status di rifugiato. Sua madre è rimasta in Eritrea e da anni non sa se il marito è vivo o morto.

Si è presentato da solo all’intervista. Aveva paura: senza documenti rischia di essere rimandato in Eritrea, dove la diserzione è punita con il carcere. Ha scelto comunque di fare il prelievo, per sua madre, perché possa conoscere la verità.

Il fratello di Teklit

Dawit: il fratello perso a Lampedusa

Dawit (nome di fantasia per tutelare il testimone) era ufficiale dell’esercito eritreo per la leva obbligatoria. Con il fratello minore, Teklit, ha organizzato la diserzione e la fuga in Sudan. Lì Teklit è partito da solo verso la Libia, anche se Dawit temeva quel viaggio.

Dawit è passato per il Sinai e l’Uganda ed è arrivato in Etiopia, dove vive oggi. Mesi dopo, alcuni amici gli hanno detto che Teklit era morto nel naufragio del 3 ottobre 2013.

All’intervista ha risposto con precisione a ogni domanda. Davanti alle foto degli oggetti si è fermato e ha gridato. Con il prelievo del DNA spera di dare a Teklit una sepoltura certa.

«Non sono riuscito a proteggere mio fratello.»

— Dawit, fratello di Teklit

Persona con guanti usa una penna per prelevare campione di DNA da provetta in laboratorio, con sfondo neutro.

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