Una banca dati europea del DNA: cosa chiediamo

Gruppo di persone in abbigliamento informale davanti al Parlamento europeo con banner che recitano "STOP MIGRANTS DEATH".

Oggi ogni Stato europeo raccoglie e conserva a modo suo i dati sulle persone migranti morte o scomparse. Esistono strumenti di cooperazione internazionale, come I-Familia di INTERPOL, che permette di confrontare il DNA dei familiari con quello di persone non identificate in altri paesi. Manca però un sistema europeo uniforme e obbligatorio dedicato alle vittime delle migrazioni, e senza regole comuni molti dati non vengono mai confrontati.

Il nostro lavoro scientifico e le missioni sul campo servono a colmare questo vuoto, ma non possono sostituire gli Stati. Per questo chiediamo al Parlamento europeo e alla Commissione europea di istituire una banca dati europea del DNA obbligatoria, sicura e condivisa.

Cosa chiediamo

Le nostre quattro richieste

01

Database nazionali con le stesse regole

02

Punti di raccolta sicuri

03

Un’autorità europea

04

Condivisione obbligatoria

Obbligo per gli Stati, consenso per le famiglie. Le nostre richieste riguardano gli Stati. Per i familiari il prelievo del DNA deve restare volontario, basato sul consenso informato e usato solo per identificare le persone scomparse.

Famiglie, campioni, fascicoli e sepolture si trovano in paesi diversi. Solo un sistema europeo può metterli in relazione.

Petizione europea

Chiediamo all’Unione europea una banca dati del DNA per dare un nome alle vittime delle migrazioni.

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Dopo il naufragio: le storie dei testimoni

Barca sovraffollata di persone in balia del mare, con sfondo di cielo arancione e acqua blu scura.

Storie di sopravvissuti ai naufragi del 3 e dell’11 ottobre 2013, raccolte negli anni successivi. Le informazioni si riferiscono al momento dell’intervista.

Le famiglie che cercano ancora

Senza una tomba

Refaat e Feryal

Aster

Wahid Yussed

Le vite dopo il 3 ottobre

Ricominciare

Adal

Fanus

Solomon

Kebrat

Mullè

Vive a Stoccolma.

«Il viaggio sulla barca non lo rifarei mai. Davanti al mare di Lampedusa piango per chi è morto, e sorrido perché mi sento rinato.»

— Mullè

«Poco prima che il nostro peschereccio affondasse, due barche si sono avvicinate. Una se n’è andata subito, l’altra ha fatto un giro attorno a noi e poi si è allontanata. Perché non ci hanno aiutati?»

— Mullè

Abraham

Vive a Høyanger, in Norvegia. A chi è rimasto in Eritrea dice: «Non venite con il barcone. Non fatelo».

«Ho visto morire mia cugina davanti ai miei occhi, ho visto affogare i miei amici. Oggi dico che non lo so più se ne è valsa davvero la pena.»

— Abraham

Kokob

Aveva 13 anni. Cinque suoi compagni di viaggio sono morti davanti all’Isola dei Conigli. In Svezia vive con Cristian, che è diventato per lui un padre. Kokob, in tigrino, vuol dire stella.

«Quando spengo la luce in camera mia, vedo ancora loro.»

— Kokob

Temesgen

Gere

Alex

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Sepolture delle vittime dei naufragi in Italia

Il Comitato 3 ottobre ha pubblicato il working paper Sepolture, dati e governance post-mortem. Un’analisi delle vittime di naufragi in Italia (2013–2025). Il documento mostra dove sono sepolte le persone migranti morte nel Mediterraneo e perché è così difficile identificarle.

Mappa dei 311 comuni italiani con sepolture di persone migranti morte nei naufragi: la maggior parte si trova in Sicilia e Calabria

Cosa abbiamo trovato

I numeri del censimento

3.783

98,8%

12,3%

1,2%

Le vittime del naufragio di Cutro, per esempio, sono sepolte anche a Bologna, Ferrara, Modena, Parma, Reggio Emilia e Padova. In media ogni cimitero ospita 12 sepolture; la metà ne ospita 8 o meno. Molti piccoli comuni usano ancora registri cartacei. I numeri sono probabilmente una stima per difetto: alcune sepolture non sono registrate o non sono collegate a un naufragio.

Come abbiamo lavorato

Il metodo

Abbiamo raccolto i dati sulle sepolture in Italia di persone migranti morte nel Mediterraneo tra ottobre 2013 e dicembre 2025. Le fonti sono Prefetture, Comuni e uffici cimiteriali. Per ogni cimitero abbiamo registrato il numero di sepolture e, dove disponibili, informazioni sul naufragio o sulla rotta. I dati sono aggregati e non contengono nomi.

In Italia non esiste un registro nazionale delle sepolture di persone non identificate.

Perché è un problema

Dopo un naufragio con molti morti, la Prefettura chiede ai Comuni posti nei cimiteri. I corpi vengono distribuiti in molti luoghi, spesso lontani da dove sono morti. Le informazioni utili a identificarli restano in archivi diversi, spesso cartacei e non collegati tra loro: l’identità presunta, il luogo di sepoltura, i documenti medico-legali, i campioni biologici.

Le competenze sono divise tra Prefetture, Comuni, aziende sanitarie, uffici cimiteriali e autorità giudiziarie. Per questo identificare una persona anni dopo diventa molto difficile.

Il diritto internazionale riconosce il diritto delle famiglie di conoscere la sorte dei propri cari e il dovere degli Stati di conservare le informazioni utili a identificare i morti. Lo stabiliscono le Convenzioni di Ginevra, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e le linee guida del CICR.

Cosa proponiamo

Le nostre raccomandazioni

Misure tecniche

1. Standard nazionali per registrare i dati sulle sepolture di persone non identificate: identità presunta, luogo di sepoltura, documenti medico-legali, presenza di campioni biologici.

2. Una piattaforma nazionale che colleghi registri cimiteriali, archivi delle Prefetture e banche dati sanitarie e giudiziarie.

3. Supporto ai piccoli comuni per digitalizzare i registri.

4. Nei protocolli da seguire dopo ogni naufragio, regole per conservare i dati e i materiali utili all’identificazione.

Scelte politiche

1. Riconoscere la gestione delle persone morte nelle migrazioni come un ambito di intervento pubblico, non solo come emergenza.

2. Creare un coordinamento nazionale unico.

3. Inserire il diritto all’identità nelle politiche migratorie e di protezione civile.

4. Avviare collaborazioni stabili con enti scientifici e umanitari.

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Bompensiere: l’esumazione della vittima 186

Due loculi a Bompensiere aperti con scale per l’accesso, recanti iscrizioni come "Miceli Roberto" e fiori appoggiati.

Nel cimitero di Bompensiere, in provincia di Caltanissetta, era sepolta una giovane donna eritrea registrata dal 2013 come «vittima numero 186» del naufragio di Lampedusa.

Il Comitato 3 ottobre, insieme al LABANOF, ha reso possibile l’esumazione con uno scopo: identificarla. È un intervento senza precedenti in Italia avvenuto il 15 dicembre 2025.

Il protocollo

Tre passaggi

01

Documentare

02

Scansionare

03

Confrontare

La vittima 186 è stata identificata.

Identificare le persone morte nelle migrazioni è possibile. Gli strumenti esistono. Manca una decisione politica che renda questo lavoro la regola in tutti i cimiteri.

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Sciacca e Caltagirone: sepolture dignitose e un nome ritrovato

Lapide con il nome "Weldu Robel" e data "N.14-2-1986", circondata da fiori bianchi e gialli in un cimitero.

Nel cimitero di Sciacca, in provincia di Agrigento, sono sepolte 17 persone morte nel Mar Mediterraneo.

Nel corso del 2021 le loro salme erano state dissepolte e spostate in un campo comune, senza che le famiglie o le associazioni fossero avvisate. Il Comitato 3 ottobre è intervenuto insieme all’amministrazione comunale: ad aprile 2022 le 17 persone hanno ritrovato una sepoltura dignitosa nel cimitero di Sciacca.

Cimitero con lapidi commemorative allineate su base di pietra chiara, alcune con nomi e date di vittime del mare e persone scomparse, tra cui "Beral Gastone Cittadino di Sciacca" e "Petrucci Costantino".
Cimitero di Sciacca, Agrigento, dopo la sostituzione delle lapidi realizzata con il sostegno del Comitato 3 ottobre

Un nome ritrovato

Weldu Robel

Nel cimitero di Caltagirone, in provincia di Catania, è sepolto Weldu Robel, eritreo, nato il 14 febbraio 1986 e morto a 27 anni nel naufragio di Lampedusa del 3 ottobre 2013. Era registrato con una sigla. Grazie ai campioni di DNA raccolti dai suoi familiari, è stato identificato.

Persone in gruppo davanti a una tomba con cartelli che recitano "Non siamo numeri!", in un cimitero con fiori e bandiere.
Cerimonia per la Lapide di Weldu Robel, 7 maggio 2024, Caltagirone, Sicilia
La lapide di Weldu Robel nel cimitero di Caltagirone
Il 7 maggio 2024, in una cerimonia pubblica, viene svelata la nuova lapide con nome di Weldu Robel a Caltagirone, Sicilia

Oggi sulla sua tomba ci sono il suo nome e la sua foto. Dopo oltre dieci anni, la sua famiglia sa dove è sepolto.

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Le voci delle famiglie: la missione in Etiopia

Persona anziana con indumento bianco e velo rosa, espressione seria, sfondo neutro.

A marzo 2026 il Comitato 3 ottobre è andato in Etiopia per incontrare le famiglie di persone morte nel naufragio del 3 ottobre 2013. I familiari hanno raccontato la loro storia, hanno guardato le foto degli oggetti recuperati in mare e hanno dato un campione di saliva per il DNA. Queste sono quattro delle loro storie.

Il riconoscimento di un oggetto o di una fotografia può orientare la ricerca, ma da solo non garantisce un’identificazione certa. Occorre una conferma mediante accertamenti forensi affidabili, secondo le procedure delle autorità competenti (INTERPOL, Guida DVI 2023, p. 16).

La madre di Shemaynesh

Awet: «Prima di morire voglio sapere dove è sepolto»

Awet è la madre di Shemaynesh. In Eritrea il figlio era stato arruolato a forza nel servizio militare quando era poco più che un bambino. Poi è sparito. Più tardi Awet ha saputo che era in Libia.

In Eritrea la famiglia di un disertore viene punita. Awet è fuggita con i figli più piccoli, prima nei campi profughi al confine, poi ad Addis Abeba. Vive lì ancora oggi, senza documenti.

Nel 2013 ha saputo dai social che Shemaynesh era tra le vittime del naufragio di Lampedusa. Non sapeva che si potesse chiedere di identificarlo. Ogni 3 ottobre accendeva una candela.

Durante l’intervista ha guardato le foto degli oggetti recuperati. Davanti a una si è fermata e ha pianto a lungo: «Non sono stata in grado di proteggerlo». Poi è rimasta per ore a sostenere gli altri familiari che arrivavano.

Persona anziana con indumento bianco e velo rosa, espressione seria, sfondo neutro.
Awet

«Prima di morire voglio sapere dove è sepolto e andare a salutarlo.»

— Awet, madre di Shemaynesh

Il figlio di Klifleyesus

Yoseab: un certificato per partire

Yoseab ha 15 anni. Ne aveva due quando suo padre, Klifleyesus, ha lasciato l’Eritrea. Klifleyesus è morto nel naufragio del 3 ottobre 2013. Yoseab non lo ricorda.

Madre e figlio sono fuggiti in Etiopia come rifugiati e hanno ottenuto un posto in un programma di reinsediamento negli Stati Uniti. Per partire, però, devono presentarsi con il capofamiglia o con il suo certificato di morte.

All’intervista la madre ha raccontato tutta la storia, ma non è riuscita a guardare le foto degli oggetti: «Non posso, non ce la faccio». Yoseab è rimasto in silenzio e ha fatto il tampone. Per lui quel campione di DNA è la condizione per cominciare una nuova vita.

Senza la prova di un morto, i vivi non possono partire.

Giovane con hoodie bianco, espressione seria, contro muro grigio e rosso, inquadratura frontale.
Yoseab

Il figlio di Tumzqi

Mulue: per dare pace a sua madre

Mulue ha 16 anni. Cerca suo padre, Tumzqi, morto nel naufragio del 3 ottobre 2013. Non lo ha mai conosciuto.

In Eritrea Mulue è stato arruolato a forza da bambino. È fuggito ad Addis Abeba, dove vive senza documenti e senza lo status di rifugiato. Sua madre è rimasta in Eritrea e da anni non sa se il marito è vivo o morto.

Si è presentato da solo all’intervista. Aveva paura: senza documenti rischia di essere rimandato in Eritrea, dove la diserzione è punita con il carcere. Ha scelto comunque di fare il prelievo, per sua madre, perché possa conoscere la verità.

Il fratello di Teklit

Bahlbi: il fratello perso a Lampedusa

Bahlbi era ufficiale dell’esercito eritreo per la leva obbligatoria. Con il fratello minore, Teklit, ha organizzato la diserzione e la fuga in Sudan. Lì Teklit è partito da solo verso la Libia, anche se Bahlbi temeva quel viaggio.

Bahlbi è passato per il Sinai e l’Uganda ed è arrivato in Etiopia, dove vive oggi. Mesi dopo, alcuni amici gli hanno detto che Teklit era morto nel naufragio del 3 ottobre 2013.

All’intervista ha risposto con precisione a ogni domanda. Davanti alle foto degli oggetti si è fermato e ha gridato. Con il prelievo del DNA spera di dare a Teklit una sepoltura certa.

«Non sono riuscito a proteggere mio fratello.»

— Bahlbi, fratello di Teklit

Persona con guanti usa una penna per prelevare campione di DNA da provetta in laboratorio, con sfondo neutro.

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Lampedusa 2026 – I Laboratori

Gruppo di persone in un laboratorio partecipa a un’attività con foto sparse sul tavolo, maglietta con scritto "Protect people not borders".
Dare voce, ascoltare, interrogarsi. È questo il cuore dei laboratori della Giornata della Memoria e dell’Accoglienza.

Attraverso attività partecipative, testimonianze, strumenti e linguaggi diversi, studenti e studentesse saranno chiamati a confrontarsi con le molteplici voci che attraversano il Mediterraneo e a diventare parte attiva dell’esperienza: non solo ascoltatori, ma protagonisti di un momento di riflessione e costruzione condivisa.

In questa edizione, ogni laboratorio sarà anche un’occasione per fermarsi e chiedersi: a chi stiamo dando voce? Quali storie ascoltiamo e quali rischiano di rimanere inascoltate?

Perché dare voce significa creare spazio per nuove prospettive, mettere in discussione quelle che già conosciamo e imparare a guardare il Mediterraneo attraverso più sguardi.

Voci del Mediterraneo: la memoria che educa, la cittadinanza che unisce

Il Comitato 3 ottobre promuove un percorso educativo e civile che unisce scuole, territori e istituzioni. Al suo fianco, ancora una volta, l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Ci sono date che chiedono di essere ricordate e date che ci obbligano ad agire. Il 3 ottobre 2013 è entrambe le cose. Il naufragio avvenuto al largo di Lampedusa, in cui persero la vita 368 persone, ha segnato per sempre la coscienza europea. Da quella ferita è nato il Comitato 3 ottobre, con una scelta precisa: non lasciare che la memoria resti confinata alla commemorazione, ma trasformarla in educazione, responsabilità pubblica e difesa dei diritti umani. È in questa prospettiva che prende forma “Voci del Mediterraneo”, un percorso rivolto alle giovani generazioni, alle scuole e alle comunità. Un progetto capace di tenere insieme testimonianza e pensiero critico, dimensione locale e orizzonte europeo, ascolto delle persone e confronto con le istituzioni. L’obiettivo è offrire ai giovani strumenti per comprendere le migrazioni, riconoscere stereotipi e falsificazioni, scegliere parole rispettose e diventare protagonisti di una cittadinanza consapevole.

Il sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai non è per noi un sostegno occasionale, ma la conferma di un’alleanza fondata sulla dignità di ogni vita e sulla responsabilità di non restare indifferenti. Ringraziamo l’Istituto per essere, ancora una volta, al fianco del Comitato 3 ottobre con coerenza, sensibilità e concretezza. In un tempo in cui il dibattito pubblico rischia di dividere e disumanizzare, questa collaborazione ci permette di trasformare la memoria in educazione, l’ascolto in partecipazione e la solidarietà in cittadinanza attiva.

Tareke Brhane, presidente del Comitato 3 ottobre

Un’alleanza fondata sui valori

La collaborazione con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai nasce da una convergenza profonda. Non riguarda soltanto la realizzazione delle attività: riguarda il modo in cui si guarda alla persona e alla società che vogliamo costruire. Il primo valore condiviso è la dignità della vita: assoluta, inviolabile, mai subordinata a un confine o a uno status giuridico. Rimettere la vita al centro significa riconoscere ogni persona nella sua storia. Il secondo è la cultura della pace e dell’educazione. La pace non è soltanto assenza di conflitto: è un lavoro quotidiano contro il pregiudizio, l’indifferenza e la violenza delle parole. Per questo il progetto investe nella scuola, nel dialogo e nella capacità di leggere la complessità senza cedere alla paura o alla polarizzazione. Il terzo è la cittadinanza globale: l’idea che le sfide del nostro tempo richiedano responsabilità condivise e comunità aperte, inclusive e giuste. In questa visione, la diversità non è un’emergenza da governare, ma una risorsa umana e civile da conoscere e valorizzare.

Dalle scuole a Lampedusa, fino all’Europa

“Voci del Mediterraneo” si svilupperà tra il 2026 e il 2027 attraverso attività territoriali, nazionali ed europee. Il cuore educativo sarà rappresentato dai laboratori “Semi di Lampedusa”, fondati sulla didattica esperienziale, sulla co-progettazione e sulla memoria attiva. Studentesse e studenti lavoreranno sui dati e sulle rotte migratorie, analizzeranno il linguaggio dei media, impareranno a verificare le fonti e incontreranno persone sopravvissute ai naufragi, familiari delle vittime, rifugiati, attivisti, mediatori culturali e professionisti dell’informazione. Il percorso prevede laboratori scolastici, eventi pubblici di sensibilizzazione e il coinvolgimento di una rete di istituti italiani ed europei.

Ik momento centrale sarà la XIII Giornata della Memoria e dell’Accoglienza a Lampedusa: workshop, testimonianze, iniziative artistiche, la marcia verso la Porta d’Europa e la commemorazione in mare si uniranno a occasioni di confronto diretto tra giovani, organizzazioni umanitarie e rappresentanti istituzionali. Il cammino proseguirà fino a Bruxelles, dove le riflessioni e le proposte elaborate dagli studenti potranno entrare nel dialogo con il Parlamento europeo. È una scelta di metodo prima ancora che di programma: i giovani non saranno destinatari passivi, ma autori di domande, contenuti e raccomandazioni. Le persone con background migratorio non saranno chiamate soltanto a testimoniare, ma saranno coinvolte come protagoniste del percorso educativo.

Trasformare la memoria in futuro

“Voci del Mediterraneo” sceglie di rispondere alle semplificazioni con la conoscenza, all’ostilità con l’incontro, all’indifferenza con una memoria capace di generare azione. Dare spazio alle voci significa restituire umanità alle storie, ma anche costruire strumenti per orientarsi nel presente e assumersi una responsabilità verso il futuro. Da Lampedusa a Bruxelles, il viaggio del progetto è geografico e insieme civile: comincia dall’ascolto, attraversa la scuola e arriva alla partecipazione democratica. Grazie all’impegno condiviso del Comitato 3 ottobre, dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, delle comunità educanti e delle nuove generazioni, la memoria continua così a essere ciò che deve essere: non uno sguardo rivolto soltanto al passato, ma una forza che cambia il presente.

Illumina un monumento della tua città

Campagna 2026

Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, illumina un monumento della tua città di arancione per dire BASTA MORTI IN MARE.

L'obiettivo è creare una catena di luce nazionale che unisca i comuni italiani sino a Lampedusa. Un segnale visibile per dire basta alle stragi invisibili nel mare.

Come aderire: manda una mail a giornatamemoriaeaccoglienza@comitatotreottobre.it

Edificio illuminato notturno con facciata neoclassica, archi e colonne, dedicato "AERE CEIVM CVRA PATRVM MDCCCLXIV". Monumento cittadino valorizzato da luce calda per la campagna "Illumina un monumento della tua città".

Lampedusa 2026 – Registrazioni

FORM DI REGISTRAZIONE PER I PARTECIPANTI: https://forms.gle/tQCW3CjdhufDJiNF6

FORM DI REGISTRAZIONE PER GIORNALISTI:

Gruppo di persone in assemblea a Lampedusa con una persona al microfono che indossa una maglietta con scritto "Protect people not borders".

NOTA TASSATIVA PER LA CERIMONIA IN MARE

Per poter partecipare alla Cerimonia Ufficiale in Mare, le Forze dell'Ordine (FF.OO.) richiedono controlli di sicurezza preventivi obbligatori su ciascun partecipante. Per questo motivo, ogni giornalista, operatore video o fotografo deve inviare i propri dati completi per consentire le opportune verifiche alle autorità. Per richiedere l'accredito all'imbarco è necessario fornire chiaramente:

· Nome e Cognome

· Testata giornalistica

· Numero di telefono cellulare

· Indirizzo email

· Data e luogo di nascita

· Indirizzo di residenza completo

· Codice Fiscale

· Numero della tessera dell'Ordine dei Giornalisti (qualora presente)

SCADENZA IMPROROGABILE

Tutti i dati richiesti devono pervenire entro e non oltre il 25 settembre 2026. Oltre questo termine non saremo in grado di garantire l'inserimento nelle liste di imbarco e l'accesso alla cerimonia in mare, a causa dei tempi tecnici richiesti dalle autorità competenti.

SEI UN'ASSOCIAZIONE O UN SINGOLO CITTADINO?

Entra nella rete del 3 ottobre Se stai organizzando un evento, un momento di riflessione o un'iniziativa locale nella tua città e vuoi unirti alla nostra mobilitazione nazionale, entra a far parte della rete ufficiale della XIII Giornata della Memoria e dell'Accoglienza.

Aderendo all'iniziativa potrai inserire il tuo evento nel nostro palinsesto nazionale e richiedere il patrocinio ufficiale del Comitato 3 Ottobre.

Come fare per partecipare?Invia una email dettagliata all'indirizzo comunicazione@comunitatotreottobre.it indicando obbligatoriamente i seguenti dati:

· Ente organizzatore: nome dell'associazione, del comitato o specifica se sei un singolo cittadino.

· Tipologia di evento: descrizione dell'iniziativa (es. dibattito, proiezione, veglia, flash mob, monumenti illuminati).

· Città: comune e provincia in cui si svolgerà l'evento.

· Data e orario: indicazione precisa del giorno e dell'ora di inizio.

Il nostro team di comunicazione prenderà in carico la tua richiesta per darti riscontro sul patrocinio e inserirti nel calendario ufficiale degli eventi diffusi.